Stefano's profileOn the roadPhotosBlogListsMore ![]() | Help |
|
August 28 Burn after readingChe fai tu, luna, in ciel? dimmi che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
G.L. juventino
Caro amore
Ti scrivo come non ho mai fatto prima,
con una penna, dell'inchiostro e della carta; direi molto semplicemente.
Il motivo non ce l'ho, forse mi mancavi, forse ti ho sognato in un letto straniero.
Forse non avevo altro da fare, non ha importanza.
Non preoccuparti, non mi farà male.
Il dottore mi ha assicurato che ti posso pensare, che la crisi è passata.
Ora sto bene, non mi fermo più davanti alle vetrine a guardare sul mio viso i segni del tuo passaggio.
Non ho più graffi, nè quel brutto trucco nero intorno all'occhio.
Non ho più niente che mi ricordi te, ti ho superato.
E già mi fermavo oggi a guardare, a quante cose dovrei restituirti, che sono tue.
Mi guardano e mi spiano, e a volte non riesco proprio a sopportarle. Me ne devo disfare.
Ti ridò indietro questa maglietta con questa scritta stupida.
Dice: "Danger i'm in love". Non ti preoccupare, non c'è pericolo che tu la perda.
E' gialla, con le scritte blu, come quel Cd che mi hai regalato tu.
Erano le nostre canzoni, quelle che ti piacevano tanto e che a ogni viaggio mi facevi ascoltare.
Ma a me piace il metal, e tu non l'hai mai capito. E le canzoni melense e lente sono buone solo per i funerali.
Ti ridò questa chitarra scordata. Ho provato a cambiare le corde, a girare le chiavi, a graffiare la cassa. Niente non cambia.
Suona male, lenta, incolore, deve essersi inceppato qualcosa nei meccanismi dentro. Ti ridò questi libri su cui tanto ho studiato. Ci sono i disegnini sconci che facevo quando attento non ero, quando guardavo la ragazza della fila davanti,
a lezione, e la immaginavo nuda, sopra di me, a occhi chiusi. Era puro divertimento, goliardia, io quella ragazza non l'ho mai toccata, stanne certa.
Ti regalo questo amarcord, questo biglietto andata e ritorno, in occasione di quella mostra in centro a Milano, di quell'artista che ti piaceva tanto.
Io di arte non ho mai capito niente, ma quel giorno non era servito a nulla dissimulare. Tu eri arrivata in ritardo, il tuo tram aveva investito un cagnolino,
si era fermato, per 45 minuti, e noi, che puntavamo all'orario pre-chiusura, ci siamo dovuti accontentare di un cartello: "Chiuso". Espressivo, diretto. Senza doppi sensi, come piace a me.
Ti ridò la mia prima sigaretta. Quella che mi hai tolto dalla bocca, perchè odiavi il fumo. E odiavi l'accoppiata me e il fumo. E per togliermela, mi hai baciato, con quel tuo alito al sapore amaro di qualcosa che non ho mai colto. E per baciarmi mi hai leccato, mentre io mi spostavo, sul naso.
E ti ridò questi racconti, che avevo scritto per te, perchè ti piaceva quando ti raccontavo storie, e con quello sguardo divertito, mi facevi credere che mi credevi.
Salvo poi prendermi in giro, con tutti i tuoi amici. Bonariamente.
Ne avevo scritto uno, l'ultimo, su un bimbo gigante, che non voleva crescere e non voleva diventare orco. Quando tutti sanno che quello è il suo destino.
In un pacco troverai il mio cellulare, la mia carta di credito, e la mia patente. Anche queste, te le puoi tenere. Potrei cancellare tutti i numeri, clonare la mia carta e cambiare identità. Mi costerebbe troppa fatica. Dandotele, sono sicuro che te ne dimenticherai presto, e che presto scadranno. E potrai ridere dei messaggi salvati, quelli che solo gli stupidi e gli innamorati sanno scrivere. Che la differenza non è mai tanta, fortunatamente.
E ti ridò questo mare, questo stupido, noioso mare davanti a me. Che non si stanca mai di sbattere la testa sugli scogli di questo promontorio. Che continua a ingurgitare pesanti sassi e qualche sporcizia. Gridando qualche volta, quando nessuno lo può sentire.
August 10 Confessioni pericoloseOre infinite come costellazioni e onde
spietate come gli occhi della memoria altra memoria e no basta ancora cose svanite facce e poi il futuro Anime Salve-Fabrizio de Andrè
Confesso che quel giorno non avrei voluto fare niente. Niente di più di quello che facevo di solito. Ossia oziare in mutande davanti alla finestra, aspettando che il sole calasse sulla mia biancheria, ascoltando la voce degli alberi alle prese con la brezza estiva.
E invece decisi di mettermi in marcia, per provare a raggiungere quei quattro amici che poche ore prima erano passati sotto la mia finestra alla ricerca di un compagno di avventure. E di una strada alternativa.
Li avevo visti scendere a passo svelto per il grande prato che circonda la mia abitazione ed essere inghiottiti dal fitto bosco, uno ad uno,come nei più classici dei film fantasy. Un breve cenno della mano era stato tutto ciò che avevo concesso loro. Era incredibile come stessi incredibilmente bene quel giorno.
Ma mi sentivo strano, e decisi di non star da solo. Si sa che la solitudine, unità con le mutande di lino è irritante e porta a brutti problemi.
Scarpe, maglietta e cappello. E come un perfetto indigeno mi misi a correre giù per la vallata, fino a farmi inghiottire, io piccolo Giona, da quella balena verde e profumata.
Li trovai in poco tempo, dispersi nel bosco. O meglio non proprio dispersi, perchè, si sa che, perdersi presuppone una mancanza di orientamento, una incapacità a ritrovare la strada da dove si è venuti, un senso di smarrimento, e una completa assenza di volontà in quell'atto stesso. Loro sembravano non avere alcuna di queste caratteristiche. Li avrei definiti, più, disciolti, diluiti nel bosco che dispersi. Un atto naturale in un ambiente compatibile.
Così mi disciolsi anche io con loro, e divenni parte integrante dei suoni di quella zona.
Parlavamo di temi che la gente normale considerava banali, io e i miei quattro amici. Il pittore J., cieco dalla nascita, ci illustrava come la luce del mattino risultasse un grandioso e succulento mistero, avendo delle oscillazioni che in situazioni diverse della giornata non comparivano. Lo sentiva dal calore lui, dai raggi del sole che lo andavano a toccare e stimolavano il suo pensiero.
M, poeta e musico analfabeta, faceva il verso a questo discorso senza senso, bestemmiando dall'alto del suo metro e venti, improperi e ingiurie a chi si piegava a questi discorsi terreni. Ne avrebbe scritto un poema, sulla corruzione della società, non più in grado di fissarsi, nei suoi tentacoli dispersi per uno spazio troppo ampio, sulla bellezza delle piccole cose: il canto del gallo la mattina, le brioche appena pronte, un semaforo lampeggiante, una macchina che sorpassa a destra.
"Artisti..." pensava H., direttore di un coro di muti, a cui lui, scientificamente, aveva trovato il modo di comunicare in collettivo. Ero stato a un loro concerto, in un giorno in cui non lavoravo, e avevo notato come fosse incredibile e stucchevole la capacità di quell'organico di rispettare le pause musicali, e di lasciare libero spazio all'ascoltatore alla interpretazione dei suoi brani. Il risultato era che mi ero sentito come se quel concerto l'avessi completamente immaginato, o autosuonato.
Nel pensare artisti, prendeva le distanze, lui che la musica, e quindi l'arte, l'aveva meccanicizzata e standardizzata: in frequenze da prendere e riprodurre. Aveva teorizzato e riprodotto in sequenza anche le stecche, togliendole dal magico mondo del random. Tutto questo in meno di vent'anni, visto che prima aveva passato gran parte del suo tempo in una casa di riabilitazione svizzera, vittima di continui attacchi di schizofrenia. Mi aveva raccontato un giorno di questo suo periodo, in cui credeva fermamente di essere spiato, e controllato dalla mafia russa in combutta col Governo e con le televisioni. Solo dopo otto anni era riuscito ad uscire dal tunnel, convincendosi che le tre cose fossero incompatibil e mai conciliabili.
Io, tra quei capoccioni, avevo il mio gran bel daffare, e allenavo la mente, finalmente uscendo dall'ozio intellettuale e stimolando le mie fantasie E le mie riflessioni più profonde. Perchè si sa che le migliori ispirazioni arrivano da gente illuminata. |
|
|